IL ROMANZO DEL PRIMO NOVECENTO

C’è una sostanziale differenza tra la concezione e la tecnica espressiva del romanzo ottocentesco rispetto a quello del ‘900. Il romanzo dell’800 nasce come espressione di una società e di una cultura dai valori ben definiti, affidandosi a personaggi dall’identità precisa e collocando le vicende secondo un preciso ordine temporale e causale. Si tratta di una narrazione di fatti, di ambienti sociali individuati e descritti con esattezza. Fu il romanzo decadente ad introdurre un’analisi più attenta dei sentimenti interiori.

Nel ‘900 invece la mutata situazione culturale (la consapevolezza dei limiti della conoscenza scientifica e di una rappresentazione razionale ed oggettiva della realtà, la relatività del concetto tradizionale di Tempo e Spazio, l’indagine sul mondo dell’inconscio) e sociale (la vita in una civiltà industriale di massa) genera un nuovo tipo di romanzo che si può genericamente definire come psicologico. Presenta personaggi inquieti, in cerca di un’identità precisa, nei quali il tempo è puramente interiore ed i fatti sono collegati secondo la soggettiva coscienza di ciascuno.

In genere si tratta di romanzi in forma autobiografica, in cui il protagonista esamina se stesso ed i suoi atteggiamenti interiori. Tale romanzo è proprio di tutta la narrativa europea, poiché esprime bene la comune sensibilità esistenziale. Alcuni lo definiscono "il romanzo della crisi", espressione della realtà indecifrabile di quest’epoca, smarrita e senza certezze. Pirandello, Svevo, Mann (1875-1955), Kafka (1883-1924) esprimono un’analoga concezione della vita, tormentata ed inquieta, che anela a trovare valori solidi, ma che non giunge a conclusioni definitive, rimanendo aperta a tante possibilità.

Accanto a loro va ricordato il francese Proust (1871-1922) . Egli con l'opera monumentale "La ricerca del tempo perduto" recupera sul filo della memoria gli eventi della sua vita associandoli liberamente ed inserendoli nella storia collettiva; il tempo rivive proprio nella dimensione della coscienza. Anche l’inglese Joyce (che fu per alcuni anni in Italia ed apprezzò Svevo) scrisse un libro, "Ulisse", in cui ricostruisce la giornata di un uomo che associa in totale libertà tutte le sue esperienze.

Nasce una nuova tecnica espressiva, detta "monologo interiore", che unisce le idee non secondo i loro rapporti causali, ma secondo la soggettiva intenzione del personaggio. Si tratta quindi di un romanzo non già di fatti, cose, eventi, ma di riflessione, di analisi minuziosa, quasi ossessiva, degli stati d’animo, dei conflitti interiori. Se l’individuo romantico è l’uomo in contrasto con la realtà storica, se l’eroe decadente è l’esteta, il protagonista di questi romanzi è l’inetto, un personaggio quasi incapace di vivere, alienato, costretto in un ruolo sociale esteriore in totale contrasto con la sua vita interiore, da cui vorrebbe liberarsi, ma cui si sente indissolubilmente legato.

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