LA BELLISSIMA STORIA DI FEDERICA MOLTENI CON I POVERI DELLA TANZANIA

In poco meno di due settimane ho assaggiato un pezzo di bella
Africa. E di bellissima Italia. Sono stato in Tanzania, terra di foreste
lussureggianti e di splendidi parchi naturali. Ma niente turismo. Ero lì per
conoscere più da vicino il popolo tanzaniano, e scoprire dal vivo il lavoro dei
volontari del Cefa. E’ stata un’esperienza indimenticabile, che provo a
raccontare in poche righe. Anzitutto i tanzaniani, gente allegra, simpatica,
cordiale. La parola che pronunciano di più è ‘karibu’, che non è il nome di un
animale, ma significa ‘benvenuto’. L’uso di questa parola è talmente diffuso, da
sembrare un intercalare. Invece è il loro modo di mostrare accoglienza. Durante
il mio viaggio l’ho ascoltata centinaia di volte.
I tanzaniani sono un popolo semplice e pacifico, meno di quaranta
milioni di abitanti su un territorio che è tre volte più grande dell’Italia. E’
gente piena di dignità, ma anche molto povera. Vive di agricoltura di
sussistenza, utile appena a sfamare la popolazione. Ma manca di tutto il resto.
Non c’è produzione industriale degna di questo nome, i commerci sono in mano
agli indiani e agli arabi.
Nell’immensa Dar es Salam, la capitale, il Cefa ha la sua centrale
operativa guidata dall’ottimo Gigi Tamburi, splendido coordinatore tuttofare,
nonché ‘albergatore’, guida e prezioso consigliere per chiunque metta piede da
queste parti e non voglia brutte sorprese. Il Cefa di Dar è una sorta di
cancello d’ingresso in Tanzania per gli occidentali e soprattutto gli europei.
Da Gigi passano missionari, volontari, turisti e giornalisti di tutte le
nazionalità. Qui al Cefa si respira un’aria internazionale. A Gigi fanno capo le
spedizioni dei container con le scorte, i doni e i materiali che dall’Italia
vengono spediti quaggiù. Il giorno del nostro passaggio a Dar ci sono due
container appena sdoganati, dopo oltre 6 mesi di attesa al porto. Dentro ci sono
turbine, quaderni e colori, attrezzi per falegnameria e molto altro ancora da
distribuire nelle varie sedi.
Se in città si sta ‘discretamente’, nelle campagne e nei villaggi la
situazione è ben più difficile: la maggior parte della popolazione, specie nel
sud del Paese, non ha corrente elettrica né acqua potabile, e questo la dice
lunga su tutto il resto.
In tanti dal mondo occidentale, a partire dal Cefa e da altre ong
italiane, si danno da fare per aiutare questa popolazione a camminare con i suoi
piedi, a ottenere condizioni di vita meno faticose e penalizzanti. Ma la strada
da fare resta tanta. A proposito di strada: in Tanzania ne esiste solo una
asfaltata, ed è la statale che conduce dalla capitale fino all’estremo sud del
Paese o all’estremo nord. Tutto il resto dei collegamenti è fatto di strade
sterrate, piene di voragini, spesso colme d’acqua. Per fare poche decine di km a
volte occorrono anche molte ore. E si corrono molti pericoli. In queste strade
viaggiano solo camion, pullman sgangherati, pulmini indisciplinati e pochissime
auto, quasi tutte appartenenti a persone di organismi internazionali. Per il
resto, si cammina a piedi. Per strada si incontrano migliaia di viaggiatori a
piedi. E’ un’immagine che colpisce chi, come noi, è abituato alle nostre città e
alle autostrade intasate dalle auto.
Nel mio viaggio, in compagnia di Patrizia Farolini e Marco Benassi,
rispettivamente presidente e direttore del Cefa, ho conosciuto anche un pezzo di
splendida Italia. In questa sede vorrei raccontare la storia bella e commovente
di Federica Molteni, una 31/enne vicentina, minuta e discreta, che parla a bassa
voce, che ama i libri, e vive da sola nello sperdutissimo e poverissimo
villaggio di Ikondo, situato sull’altipiano più a sud della Tanzania.
Federica vive a Ikondo da circa un anno, parla benissimo la lingua locale
(kiswahili), è praticamente diventata una del posto, popolarissima e amata. Per
la sua dedizione ai loro problemi, i 4000 Ikondesi la chiamano sorella, non
pensando ad una suora, bensì ad una di famiglia, ad una di loro, ad una come
loro. Quanto alle suore, quelle vere, qui non ce ne sono, e nemmeno preti. C’è
solo una catechista a prendersi cura delle anime di questo villaggio che la
leggenda vuole fondato dagli stregoni scacciati dai villaggi del sud della
Tanzania. Ikondo è troppo lontano dal mondo, perfino per i preti.
In questo lembo di Tanzania il Cefa è tutto, e Federica è solo l’ultimo
anello di una catena di opere che la ong bolognese porta avanti da anni con
l’aiuto di molti volontari e con i soldi di donatori privati, del governo
italiano, della Ue. Obbiettivo del Cefa è quello di mettere in piedi delle
strutture socio-economiche, avviarle e poi lasciarle in gestione alle persone
del posto. E’ una politica che punta a diminuire la dipendenza di questo popolo
dagli aiuti altrui. E a creare autonomia in questa popolazione che ha grandi
potenzialità, ma che per mettersi in moto ha bisogno di una spinta.
A Ikondo ci si arriva per una mulattiera dissestata, attraverso boschi e
dirupi. Qui la strada finisce. AIkondo non ci si passa, si viene apposta. Ma non
c'è nessun motivo per venirci, non c'è nulla di nulla. Siamo a quasi 2.000 metri
di altitudine, mancano elettricità e acqua potabile, tv e frigoriferi. Le case
sono quasi tutte di fango secco, i tetti di canne. I bagni non esistono. Niente
medici, auto, moto. Se piove, si nuota nel fango. I bimbi sono scalzi, vestono
maglie logore. L'acqua per bere e lavarsi viene presa dal fiume con i secchi,
ogni giorno.
Dicevamo che in Tanzania c’è un’agricoltura di sussistenza, mai parole
furono più appropriate: il cibo non manca infatti, ma si produce solo per
l'oggi, e non per il domani, perchè non c'è modo di conservare i cibi
deperibili. I bambini bevono il latte munto da mucche ignote ai veterinari.
Da tempo in questo luogo disgraziato è in atto un miracolo italiano. Il
Cefa ha costruito scuole e asili, una specie di infermeria, sta completando
l’acquedotto e una piccola centrale elettrica, ha creato un campo di ananas, una
falegnameria. Un'altra vita è possibile, gli ikondesi non sono soli con la loro
povertà. Hanno fiducia in se stessi, e dato fiducia ai volontari del Cefa. Ma
ora i soldi sono finiti, Ue e Italia hanno bocciato le richieste di altri
contributi per andare avanti. E tutte le opere avviate quindi rischiano di
fermarsi o addirittura di morire.
Federica qui è l'unica con la pelle bianca, ed è un riferimento per la
popolazione: ha l'unica jeep del villaggio, usata anche per scarrozzare malati e
venditori di ananas fino a Njombe, e il trattore che risparmia alle donne le
durissime incombenze dei campi. Federica dirige i lavori degli operai per
acquedotto e centrale elettrica, e fino a poco tempo fa concedeva anche piccoli
prestiti sempre regolarmente restituiti, roba da 20 o 30 dollari, che qui sono
un'enormità.
Federica è anche il primo e unico datore di lavoro che la storia di
Ikondo conosca: da lei dipendono 2 guardiani, 2 contadini, 12 maestre, 2
falegnami, un autista. Sempre Federica gestisce scuola e asili: grazie
all'adozione a distanza, i bimbi hanno una maestra e un tetto sulla testa, così
che quando piove sono al riparo, invece di bagnarsi in capanne spesso senza
tetto. Polmoniti risparmiate.
Da qualche tempo l'idea di avere acqua in casa e lampadine accese sta
frastornando di felicità gli ikondesi che, forse per la prima volta, provano a
immaginare un futuro. Qui è esplosa la voglia di vivere, c'è perfino un campetto
di calcio, dove i ragazzi rincorrono la palla a petto nudo e scalzi. Maglie e
scarpette sono un lusso. Mi chiedo dove abbiano conosciuto il calcio: qui non ci
sono campionati, né tv per vedere le partite !
Ma i soldi sono finiti, il Cefa ora conta solo sulle sottoscrizioni
estemporanee, occasionali collette fra amici, contributi di un comune generoso.
Poca cosa, senza continuità. Un motivo in più per continuare ad aiutare il Cefa
e i suoi volontari. Sono soldi ben spesi. Sono soldi che si tramutano in gesti
di amicizia, che costruiscono futuro. Aiutiamo Federica a restare a Ikondo. A
continuare il suo impegno quotidiano per queste persone, insieme con queste
persone.