Le donne in Tanzania
Doveri senza diritti e sfruttamento: la donna è il capro espiatorio su cui si
sfoga la violenza del sistema.
Giuseppe Falcomer (Casco Bianco a Iringa, Tanzania)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 10 gennaio 2005

1. Mama Huzuni
Maria Bikira wa Fatima è un Pronto Soccorso Sociale per bambini che opera in
Tanzania da circa 8 anni. Un giorno un vecchio signore ha bussato alla porta del
Pronto Soccorso chiedendo se Laila, la responsabile, potesse accogliere i suoi
nipoti che avevano bisogno di una casa e di una famiglia. Suo figlio, un uomo
violento che in passato aveva già percosso molte volte la moglie, questa volta
aveva esagerato: l'aveva infatti picchiata a morte e i bambini, ora, erano
rimasti senza cure, esclusivamente a carico del nonno che però non era capace di
fornire loro le attenzioni adeguate. Raccontando l'episodio, il vecchio ha
affermato che la moglie "è morta". Ora, che abbia scelto le parole in modo più
significativo o che queste siano state spontanee, la forma in cui il tragico
fatto è stato esposto lascia intuire lo stile di vita che le donne in Tanzania
sono costrette ad affrontare: non "l’ho uccisa", ma "è morta". Il soggetto
dell'azione non è il marito in veste di assassino, ma la donna stessa: non le è
riconosciuto e concesso nemmeno il ruolo di vittima.
2. La vita delle donne
2.1. La giovinezza
La nascita di un bambino è un evento eccezionalmente felice per la popolazione
della Tanzania: un proverbio afferma che "Il sorriso di un bimbo è la luce della
casa"(1). Nelle prime cure e attenzioni date ai neonati non esistono sostanziali
differenze tra i due sessi. Solamente quando sono più grandi secondo la cultura
tradizionale ai maschi e alle femmine vengono insegnate differenti mansioni, che
si ritiene saranno utili alla loro vita adulta. I maschi, quindi, imparano
prevalentemente i lavori manuali e la coltivazione dei campi, mentre le femmine
apprendono come eseguire le faccende di casa. Nel passato, quando andare a
scuola era una possibilità solamente per una minoranza della popolazione,
l’istruzione ricevuta in casa era importantissima e veniva effettuata dalle
persone più anziane della famiglia. Ora, invece, la situazione sta cambiando
perché quasi la totalità dei bambini ha la possibilità di frequentare in un
primo momento l'asilo e in seguito le scuole primarie, che hanno la durata di
sette anni. La crescita culturale delle nuove generazioni è quindi seguita
principalmente dagli insegnanti. Ma anche nell'ambiente scolastico i due sessi
non sono trattati in uguale maniera. Agli alunni vengono generalmente
riconosciute maggiori capacità intellettive rispetto alle alunne(2). Questa
consuetudine trova le sue radici nella cultura che i maestri hanno ereditato da
giovani nelle famiglie d’origine: una cultura assolutamente patriarcale che ha
profondamente radicato in loro la convinzione di una supremazia maschile. Questo
atteggiamento mentale proprio della popolazione tanzaniana si presenta in tutti
gli aspetti e dinamiche della vita quotidiana, ma acquista proporzioni
allarmanti nell'ambito scolastico. Molte associazioni, enti e comunità religiose
negli ultimi anni hanno combattuto la consuetudine di privilegiare i maschi
nell'accesso alla scuola. Infatti, in caso di una famiglia con scarse risorse
economiche, erano i figli maschi a ricevere un'istruzione. Le figlie erano
tenute a casa per poter aiutare le donne nelle faccende domestiche e nella
coltivazione dei campi, o in altri lavori che provvedevano alla sussistenza
dell'intera famiglia. Questo comportamento era influenzato dalla convinzione che
la futura moglie non avrebbe potuto trovare un incarico di importanza tale da
necessitare un'istruzione: la sua vita era programmata all'interno della casa,
totalmente dipendente dal marito a livello economico. Anche nel caso avesse
trovato un lavoro, gli eventuali frutti di una buona istruzione, soprattutto a
livello salariale, sarebbero stati goduti dal futuro marito e non dalla famiglia
che doveva provvedere al pagamento delle tasse e all'acquisto delle divise e del
materiale scolastico: lo sforzo per far studiare le figlie non era considerato
accettabile. Solo una forte sensibilizzazione ha quindi permesso alla maggior
parte dei minori di poter effettivamente frequentare la scuola primaria, ma
anche se questa logica ora sta scomparendo, sono comunque una minoranza le
ragazze che possono cominciare la carriera scolastica e proseguire ed accedere
alle secondarie. Infatti, la questione della discriminazione sessuale è
rientrata anche nella campagna promossa dall’ONU “No more excuse 2005”.
Nel corso degli anni le studentesse hanno incontrato anche altri tipi di
problemi prevalentemente legati alla sfera sessuale. Sono infatti soggette a
molestie da parte di insegnanti e compagni. Qualora una ragazza rimanga incinta,
le è imposto di abbandonare la scuola: ogni anno una larga percentuale di
scolare è così costretta a interrompere prematuramente gli studi. A volte il
fenomeno acquista proporzioni incredibili: secondo una recente indagine nel
Distretto di Tandahimba circa l’80% delle studentesse, in età compresa tra i 15
e i 18 anni, ha dovuto ritirarsi per questo motivo(3). Spesso, inoltre, per
rimediare alla situazione le ragazze sono costrette a sposarsi contro la loro
volontà(4). Le notizie di abusi sessuali subiti da ragazze minorenni sono
frequenti, riferite soprattutto da fonti orali, come missionari. L'accettazione
da parte della popolazione di questi episodi è sconcertante, tanto che i
provvedimenti presi nei confronti degli insegnanti che si macchiano di tali
reati sono spesso nulli, solamente in alcuni casi vengono richiamati
ufficialmente e spostati di sede. La ragione risiede nei comportamenti dei
genitori, che accettano o non si curano delle violenze subite dalle loro figlie
e dalla mancata denuncia di queste azioni da parte delle bambine, per vari
motivi. In questo atteggiamento un ruolo fondamentale è giocato dalla paura: se
si negano o raccontano l'accaduto, le ragazze rischiano di subire ulteriori
violenze fisiche come percosse e altri tipi di umiliazioni. Inoltre, sono
minacciate dagli insegnanti di incorrere in una bocciatura e di essere cacciate
o espulse con qualche futile scusa. Non sempre però le ragazze hanno gli
strumenti per comprendere quando un'azione che devono subire e sopportare è
malvagia o ingiusta. Esse sono esposte ad abusi anche fuori dalle mura
scolastiche. In alcuni casi può succedere che fin da piccole abbiano dovuto
concedere favori sessuali anche a persone loro vicine, come i nonni. Essendo
così abituate, per loro è impossibile stabilire la liceità di un'azione, la loro
forma mentis compromessa incide pesantemente e segna in maniera indelebile tutta
la loro esistenza. È possibile che uomini adulti si avvicino a queste bambine
regalando loro pochi centesimi di Euro in cambio di prestazioni sessuali, e che
queste siano disposte a vendersi perché a questo sono state abituate: a volte
non esiste il concetto di pedofilia. Così, per le ragazze, diventa normale
fornire prestazioni sessuali in cambio di buoni voti, suggerimenti agli esami o
di una facile promozione. Per le alunne questo atteggiamento è una consuetudine,
nessuna appare turbata o sconvolta di dover prendere segretamente accordi con
gli insegnanti programmando gli incontri sessuali(5). Nonostante la
sensibilizzazione della popolazione, gli appelli di associazioni, comunità e
autorità, non ultimo del presidente della Tanzania Benjamin Mkapa, il problema è
ancora lontano dall'essere risolto. Il 2 novembre scorso il Ministro
dell'Educazione e della Cultura ha comunicato che qualunque studente maschio sia
trovato a fare sesso nell'ambiente scolastico verrà immediatamente espulso(6).
Il nuovo provvedimento per il momento non interessa le ragazze: è un modo
indiretto per palesare che la decisione di avere un rapporto sessuale o meno, e
in questo particolare caso la colpa di contravvenire all'etica sociale, è un
aspetto che interessa solamente il sesso maschile. Le ragazze non hanno la
possibilità di negarsi o di opporsi.
Pur essendo previste a livello teorico, la povertà in cui verte il paese non
permette la creazione di aule speciali per i ragazzi con handicap, che sono così
costretti a restare chiusi in casa, dove spesso rimangono nascosti e non
ricevono le cure necessarie. Le ragazze con problemi fisici o mentali sono
allontanate e il loro isolamento è causato da paure ignoranti e antiche
credenze, mentre in altri casi sono soggette anch'esse a violenze sessuali.
Anche per loro è impossibile opporsi e per le malate mentali non è nemmeno
possibile denunciare l'accaduto.
Una volta raggiunta la pubertà, le femmine hanno un'altra prova da superare per
poter diventare a tutti gli effetti donne e membri della comunità: la
clitoridectomia totale o parziale. Tale usanza, in passato estremamente diffusa,
oggi è in netto calo, ma comunque 20 delle 130 tribù presenti nel territorio
continuano a effettuarla. Se circa il 20% delle donne della Tanzania subisce
questi riti iniziatici, si raggiungono picchi dell'85% tra i Wagogo e del 100%
tra i Masai(7). Nelle comunità che rispettano la tradizione questo è un
passaggio obbligato se le ragazze vogliono essere riconosciute e accolte dalla
tribù e se desiderano trovare un marito: infatti, se non subiscono la
mutilazione genitale nessun uomo accetterà di sposarle.
2.2.La maturità
Una volta cresciute e diventate adulte, le ragazze sentono pressante il
desiderio di sposarsi poiché per le donne e per gli uomini la creazione di una
famiglia è uno degli obiettivi fondamentali da raggiungere. I loro sogni sono
uguali a quelli di ogni ragazza o ragazzo nel mondo: trovare qualcuno che li ami
e con cui vivere e trascorrere un’esistenza felice. In passato era la famiglia
che decideva chi dovessero sposare i figli: i genitori ritenevano di avere più
esperienza nel valutare le persone. La bellezza fisica era importante, ma non
era uno dei criteri fondamentali, le virtù che maggiormente contavano e pesavano
sulla scelta erano il clan di appartenenza della persona e la sua reputazione.
Solamente dopo gli anni Cinquanta la tradizione ha subito una brusca
interruzione: gli uomini erano stati chiamati in guerra e quando tornavano,
spesso per brevi periodi, volendo sposarsi non riuscivano a rispettare tutto il
lungo rituale e si verificarono i primi matrimoni "per ratto". Dagli anni
Novanta la scelta della sposa o dello sposo è presa nella quasi totalità dei
casi dai giovani stessi, che in un secondo tempo lo comunicano alla famiglia che
approva e inizia le trattative. Una delle questioni fondamentali da decidere è
l'ammontare della dote, che varia da tribù a tribù. Nella maggioranza dei casi è
un dono da fare alla famiglia della sposa, ma a volte è costituita anche da una
prova di coraggio che interessa l'uomo, il quale deve dimostrare alla famiglia
della donna di essere degno di lei. L'usanza della dote è ancora estremamente
radicata in Tanzania e ha un significato diverso da quella che in passato era
radicata in Italia. La dote, in origine, esprimeva un concetto profondo.
Crema(8) afferma che questi regali esprimono un ringraziamento ai genitori della
sposa per aver allevato così bene la loro figlia, e serviranno in caso di
necessità o per assicurare la sicurezza economica alla figlia e ai nipoti, ad
esempio qualora rimanga vedova o divorziasse. Mulago(9) a sua volta sostiene che
questo risarcimento mediante doni alla famiglia della donna è chiamato
abusivamente dote, ma in realtà è più correttamente uno scambio, un pegno di
alleanza in quanto esprime l'unione fra due discendenze e la reciprocità di cui
è caratterizzato il vincolo del matrimonio. Questo aspetto rituale "che è uno
scandalo per gli stranieri e per l'africano moderno"(10) viene descritto da
Mulago come un simbolo di solidarietà e comunione tra due nuclei.
Effettivamente, il concetto di dote è stato in passato frainteso dagli
occidentali, ha portato sconcerto e disgusto poiché veniva considerato come il
"prezzo" che si doveva pagare per comprare una moglie, un'usanza di popolazioni
barbare e arretrate. È normale che alcuni studiosi in risposta a simili
posizioni abbiano descritto questo aspetto della vita di alcune tribù africane
circondandolo di un'aurea a volte eccessivamente poetica. A prescindere quindi
dal significato che poteva avere in passato, la dote oggi contribuisce a
peggiorare la situazione delle donne. Nel caso i doni abbiano un basso valore
economico, se il matrimonio è in crisi il marito può trattare la consorte con
meno rispetto, motivando il suo comportamento con il basso valore della moglie
stessa. Ovviamente questo atteggiamento acquista proporzioni ancora più
rilevanti quando la dote non è stata pagata: il marito può allora permettersi di
trattare la moglie come una vera e propria schiava. Se il matrimonio si dovesse
rompere, inoltre, la dote deve essere restituita alla famiglia del marito dai
parenti della moglie: nel caso che questi non dispongano delle risorse
economiche necessarie, la donna non può abbandonare la casa, ma deve continuare
a sopportare la situazione senza poter fare alcunché. In alcuni casi, se l’uomo
che vuole sposarsi non possiede nulla da portare come dote o non riesce a
raccogliere la cifra stabilita, il matrimonio non può essere celebrato se non
andando contro la volontà dei parenti ed accettando così la loro ira ed un
eventuale allontanamento.
Qualora la coppia non abbia nessuna crisi tale da portare alla separazione, la
vita della moglie non è comunque esente da difficoltà. I sogni adolescenziali
svaniscono presto. Il marito, infatti, molto spesso non assicura alla sua
famiglia la sicurezza sperata dalla ragazza. Le faccende domestiche sono
completamente a carico della donna, l'uomo non la aiuta, ma si aspetta di essere
soddisfatto in ogni sua necessità o voglia: dal cibo mangiato da solo, servito
dalla solerte moglie, al suo appetito sessuale, soddisfatto in qualsiasi
momento. Anche la coltivazione dei campi è un compito che grava in gran parte
sulle spalle della donna, dallo zappare al seguire la crescita delle colture.
Alle spese domestiche l'uomo contribuisce in parte: ad esempio paga la retta
della scuola dei figli, ma non offre denaro per comprare loro le divise o i
libri di testo, di cui lei deve farsi carico. È inoltre lui che decide le spese
generali e amministra i soldi della casa, anche se, in realtà, è la donna a
garantire le entrate. Solamente se la donna riesce a coltivare o ad avere un
piccolo commercio da sola, senza rubare tempo ai suoi doveri di moglie, allora
potrà godere e gestire del denaro in completa autonomia: solo i mariti peggiori
si permettono di toccare questi ricavi e l'azione è ritenuta una mancanza
gravissima. Il marito è quindi poco presente nella vita di coppia, a volte
perché non ha un’unica moglie. In Tanzania è presente e diffusa la poligamia. In
passato sposarsi più volte era un segno di benessere economico e di prestigio
sociale: l’uomo che poteva permettersi di farlo infatti aveva le risorse per
mantenere una famiglia numerosa. Oggi l’usanza è mutata: gli uomini possono
sposarsi per poter sfruttare più donne contemporaneamente. Infatti, il marito
passa il tempo a bere pombe (la birra locale) senza preoccuparsi di lavorare. A
turno passa brevi periodi in casa di tutte le donne sposate, gravando
completamente su di loro.
In ogni caso la relazione tra moglie e marito è vissuta in Tanzania in maniera
sostanzialmente differente da altre parti del mondo. Spesso le vite dei coniugi
scorrono separatamente e il dialogo non raggiunge livelli profondi. Sembra che
le mogli, una volta finito di sbrigare le faccende domestiche e di svolgere i
loro inderogabili doveri, abbiano ampia libertà di azione e di autonomia. Anche
le famiglie d’origine lasciano liberi i figli una volta adulti, senza
interferire o entrare nei loro affari privati: l’atteggiamento delle famiglie e
dei parenti italiani, a confronto, viene vissuto come un’intrusione eccessiva ed
inopportuna nella vita di coppia(11). In ogni caso, però, la libertà si vanifica
e perde le sue possibilità nella maggior parte dei casi, in quanto le donne non
hanno le risorse né i mezzi per poter effettuare delle scelte significative o
attività proprie che contribuiscano realmente al cambiamento della loro
situazione.
Un altro problema che le donne devono affrontare è la corruzione sessuale. In
Tanzania non è raro che chi detiene il potere richieda, anche per servizi dovuti
alla popolazione, un compenso in denaro o un tributo sessuale. La richiesta si
basa sulla paura creata nelle vittime, che a volte necessitano con estrema
urgenza di ciò che chiedono, e altre volte su minacce più o meno velate. Tali
pretese possono essere avanzate per certificati, cure mediche e ogni altro
servizio. A volte anche per mantenere un posto di lavoro devono concedere favori
sessuali al loro principale e agli altri uomini dell’azienda: ogni rifiuto
potrebbe portare al licenziamento o al mancato pagamento dello stipendio(12). Ma
anche tra le mura di casa esse subiscono lo stesso trattamento. Tra i doveri
delle mogli quello sessuale è fondamentale e non può esserci risposta negativa
alle pretese del coniuge. Nel caso che la moglie si neghi, viene violentata o
presa con la forza. Anche nei casi in cui il marito abbia il vizio del bere o
debba sfogare una rabbia repressa, la vittima è sempre la moglie. La dipendenza
economica e la paura di essere prima disapprovate e in seguito abbandonate dalla
famiglia e dalla comunità sono fattori che spingono le donne a non ribellarsi e
a non denunciare questi maltrattamenti(13). I parenti della donna sovente
spingono affinché questa sopporti e non abbandoni i figli e il marito, accettano
la situazione e contribuiscono a non modificare lo stato dei fatti. La purezza
della donna è preservata con ostinazione e serietà nella cultura africana, ma
non esiste il corrispettivo dovere per l’uomo, sia da ragazzo che da marito. La
purezza della sorella e della moglie è protetta anche con la forza ma non esiste
alcuna remora ad importunare bambine, figlie e mogli altrui. Appare chiaro
quindi come la salvaguardia femminile non sia considerata un valore superiore,
ma sia determinata da interessi egoistici e futili. Non è un’azione spinta
dall’amore per la coniuge o i parenti, per contribuire al loro benessere fisico
e spirituale, è un possesso più che una cura. Inoltre, i rischi di un tale
trattamento sono enormi, primo tra tutti l’elevata possibilità di contrarre il
virus dell’HIV. Le avventure extraconiugali del marito portano il virus tra le
mura domestiche e la possibilità di infettare moglie e familiari anche se il
loro comportamento è attento e fuori da ogni rischio. Le donne non possono
permettersi di richiedere al marito l’uso del preservativo nei rapporti: poche
coppie hanno un tale grado di apertura e di dialogo. Un recente studio compiuto
nell’isola di Zanzibar afferma che, qualora un marito abbia molte partner,
paradossalmente le prostitute hanno minori possibilità delle donne sposate di
contrarre il virus dell’HIV poiché possono richiedere e imporre l’uso del
preservativo ai loro clienti(14).
Durante un’intervista padre Romolo(15) ha affermato che le vittime di
possessioni di spiriti malvagi sono in maggior parte donne. Secondo Padre Romolo
la ragione risiederebbe nel fatto che esse non perdonano coloro da cui hanno
ricevuto del male: contravvenendo alle parole recitate nel Padre Nostro
aprirebbero delle porte spirituali che lasciano entrare i demoni. Certamente
moltissime giovani ragazze presentano disturbi mentali dovuti a violenze subite
negli anni, che sfociano in attacchi talmente forti e patologici da poter
apparire come vere e proprie possessioni. La popolazione tanzaniana, anche parte
del clero locale, crede fermamente nella magia e nel mondo invisibile,
spirituale, così che molti casi di malattia mentale sono spiegati tramite questi
concetti. In questo modo le contromisure adottate sono spesso solamente sedute
di preghiera e periodi di riposo, ma non viene dato nessun sostegno più
approfondito per affrontare e risolvere i problemi che realmente le affliggono.
Depressioni, schizofrenie e altri problemi sono diffusi tra la popolazione
femminile ma rimangono ignorati e non sono curati. In alcuni casi le
frustrazioni e le crisi esplodono violentemente.
Suor Stefanella, missionaria della Consolata, offre un servizio di assistenza
spirituale alle donne nelle carceri di Iringa. Il suo approccio alla situazione
non prevede un regolare approfondimento del trascorso e della loro storia
personale delle donne, ma in alcuni casi, per poterle aiutare, questo è
necessario. A volte ha ascoltato il racconto dei loro reati: reazioni
estremamente violente ai soprusi subiti nell’ambito familiare che si sfogano su
mariti e su figli.
2.3. La vecchiaia
La società tanzaniana è caratterizzata dal concetto di famiglia allargata, un
nucleo che risale a tempi antichi attorno a cui ruota la vita dei singoli e ne
costituisce il perno della socialità. La struttura sociale è improntata su un
modello che vede i bambini curati dai membri anziani, che non riescono più a
svolgere i lavori pesanti e sono i possessori della cultura, e della conoscenza;
mentre i giovani e gli adulti formano la forza lavoro e possono svolgere
liberamente i loro compiti. Inoltre, oltre che essere funzionale a sfruttare
tutte le risorse in modo ottimale, la famiglia allargata riesce a occuparsi
anche di orfani e di bimbi che altre famiglie da sole non possono più allevare e
sostenere. Oggi questo tipo di famiglia sta scomparendo, soprattutto a causa dei
decessi per Aids e per estrema povertà. La malattia, che colpisce
prevalentemente le persone comprese tra i 15 e 45 anni, sta letteralmente
falciando la fascia produttiva della popolazione. Così la coltivazione dei
campi, il sostentamento della famiglia e la crescita dei piccoli sono tutti
compiti che gravano sulle spalle degli anziani, che non sempre sono all’altezza
o hanno le forze necessarie.
Qualora il marito sia ancora vivo, i compiti verranno divisi tra i due, ma
ovviamente graveranno soprattutto sulla donna. Invece, nel caso l’uomo sia
deceduto, per la vedova i problemi saranno enormi. Infatti, la tradizione
prevede che i beni del morto siano divisi tra i figli ma nulla è previsto venga
lasciato alla moglie: qualcuno dovrà occuparsi di lei. Anche nelle questioni
ereditarie non c’è parità di trattamento tra i sessi: la maggior parte dei beni
viene data al primogenito, il rimanente viene diviso in seguito tra gli altri
figli di sesso maschile e solo una piccola parte è prevista per le figlie. Se
invece i figli sono ancora troppo piccoli una parte dei beni è conservata per il
primogenito maschio e tutto il resto viene rubato dai parenti del deceduto. La
vedova viene spogliata di ogni bene e deve far ritorno al villaggio d’origine
con i figli a carico. Queste azioni sono una palese violazione dei diritti umani
e delle leggi dello stato della Tanzania, ma per la popolazione questo non è un
problema. Anche per la violenza carnale è prevista l’incarcerazione a vita, o
per un periodo comunque non inferiore ai 30 anni, e il risarcimento della
vittima. Anche la mutilazione genitale femminile e l’incesto sono puniti dal
codice penale in vigore(16). Alcune associazioni umanitarie stanno
sensibilizzando la popolazione, e in particolare le donne, affinché le coppie
scrivano il testamento o pronuncino le loro ultime volontà in presenza di
testimoni prima di morire, per evitare soprusi alle vedove, ma le leggi in
Tanzania sono una realtà a parte.
Il sistema legislativo si basa sulla coesistenza di usanze tradizionali, leggi
statali e islamiche: a seconda dei casi si deciderà quale tipologia applicare.
Per la maggior parte delle persone comunque vigono ed hanno fondamento gli usi e
costumi che sono stati tramandati loro, a prescindere dall’ingiustizia o dalla
violenza che li caratterizzano. I diritti e i doveri previsti dallo stato o dai
trattati internazionali non sono conosciuti.
Gli insegnamenti ricevuti durante la crescita sono il bagaglio con cui le
persone valutano le situazioni e reagiscono ad esse. Alle bambine è stato
insegnato che non devono ribellarsi, devono accettare qualsiasi situazione e
tacere. L'atteggiamento di passività delle donne e la loro impossibilità di
reagire si esprime in maniera più pronunciata nelle donne anziane, che hanno
ricevuto un’istruzione tradizionale, in casa. È stato loro insegnato,
esplicitamente o implicitamente, che devono lavorare e comportarsi in qualunque
situazione a favore della comunità, proteggendola a qualsiasi costo anche se ciò
va contro i loro personali interessi. Vengono considerate le colpevoli di mille
disgrazie e incidenti, i soggetti con cui prendersela quando le cose vanno male,
le schiave della casa, che devono servire padre, fratelli, nonni e zii ma mai
pretendere di essere rispettate a loro volta.
2.4.Conclusioni
La situazione delle donne è allarmante in tutti gli stati dell’Africa orientale.
In Kenia “il corpo della donna diventa il capro espiatorio su cui si sfoga la
violenza del sistema”(17). Anche in Zambia un diffuso maschilismo mette in
condizione di inferiorità e di impotenza il sesso femminile, mentre l’abuso
sessuale e alcuni aspetti culturali come il cleasing (per cui una vedova deve
purificarsi dallo spirito del marito morto tramite un rapporto sessuale con un
parente del defunto) espongono le donne ad un alto rischio di contrarre
l’AIDS(18). In Congo i contadini della zona del Bushi “affermano senza grosse
remore che le loro donne sono i loro trattori”(19) e le trattano come macchine
di fatica in molteplici occasioni, proprio come l’assistente sociale Roida Kimbe
ha riferito riguardo alla popolazione tanzaniana. Le storie riportate sono la
generalizzazione di una situazione che appare mutevole e differente a seconda
dei contesti. Nelle città la condizione delle donne sta migliorando, sia pur
lentamente, in maniera diversa dalle zone rurali. Nei villaggi tradizioni e
concezioni antiche non sono intaccate dallo scorrere del tempo. Nei centri
urbani, invece, grazie ad un elevato tasso di scolarizzazione e alle
informazioni che i nuovi mezzi di comunicazione offrono e diffondono, le donne
sono più consapevoli della loro situazione e sono nati anche alcuni movimenti
femministi. Il femminismo africano porta in uguale misura sia problemi che
soluzioni soprattutto per l’atteggiamento delle attiviste.
Un modo di operare cerca di formare coalizioni tra donne già affermate in una
società maschilista, ma non offre una reale solidarietà con le fasce più
emarginate e povere. Ad esempio, il Women Leadership Training Programme (WLTP) è
un corso che educa candidate per poter occupare le più alte cariche a livello
regionale e statale. Pur lodevole, solleva una problematica di relazione tra i
due sessi. In Tanzania una donna con dell’autorità è vista con scetticismo, il
voler rompere così bruscamente con il passato è un’azione rischiosa. La logica
dello scontro e il terreno su cui combatterlo sono sbagliati. Pur dimostrando in
maniera efficace che le donne possono svolgere con serietà e competenza tutti i
lavori ed incarichi, si afferma anche che solo i compiti riservati ai maschi
sono rilevanti: implicitamente si degradano ancora di più le tradizionali
occupazioni femminili. Non si può mirare a raggiungere il potere degli uomini
per poi ridurli a una posizione di inferiorità, per controbilanciare con il
passato.
Il cambiamento in atto è un processo lento e difficile sotto molti punti di
vista. Dal 1976 lo swahili è la lingua ufficiale della Tanzania; se da un lato
ciò ha contribuito a eliminare le lotte interne tra tribù e a favorire la
costruzione di una pace duratura, dall’altra ha diminuito le possibilità della
gente di avere scambi con l’ambiente esterno. Non conoscendo l’inglese è arduo
approfondire la conoscenza di argomenti ad esempio utilizzando Internet, e
quindi un apprendimento con tali media moderni è parziale e a volte inutile, se
non dannoso. Anche le pubblicazioni su mezzo stampa nella regione sono poche,
per lo più libri scolastici e opere religiose, mentre i giornali locali in
lingua trattano prevalentemente di avvenimenti mondani e cronaca, non si
soffermano a lungo su più scottanti temi d’attualità. I giornali in inglese
trattano e sollevano agli occhi dell’opinione pubblica questi problemi, ma
ancora una volta è la minoranza della popolazione a poter fruire di questi
stimoli culturali. Anche i giornalisti sono influenzati dalla cultura e non si
sono sempre liberati di determinati schemi mentali maschilisti. Un articolo del
quotidiano locale Daily News (20) sul problema della diffusione dell’Aids
trattava in particolare il problema della relazione che si instaura tra moglie e
marito, sulla difficoltà di poter richiedere l’uso del preservativo, richiesta a
volte sentita come un insulto dal coniuge. Le ultime righe ammonivano i mariti
ad essere più aperti, ad ascoltare e cercare di capire le proprie mogli, ne
consigliava l’uso qualora il marito tradisse la moglie. Non una parola era spesa
a favore della fedeltà, del significato del vincolo matrimoniale, della serietà
con cui deve essere vissuto e della considerazione di cui le donne hanno il
diritto. Ancora, in un altro caso, pur denunciando la situazione delle donne, un
giornalista ammoniva le stesse di non prendere prestiti dagli enti di credito
finché non avessero avuto delle conoscenze in campo economico, altrimenti
avrebbero incontrato solamente fallimenti. Il messaggio del titolo era “Donne:
non chiedete prestiti finché…”(21) ma le dichiarazioni, dato il sistema
scolastico imparziale e le minori opportunità offerte al sesso femminile, erano
un appello all’immutabilità dello stato delle cose più che un sensibilizzazione
efficace.
La sensibilizzazione in Tanzania, effettuata tramite convegni, pubblicazioni e
campagne, stimola un empowerment delle donne, ma forse è attuata con modalità
sbagliate. Infatti molte delle grandi manifestazioni che si svolgono in Tanzania
non sembrano avere un corrispettivo effetto nella realtà. Il primo dicembre è
stata celebrata la giornata mondiale per la lotta all’Aids intitolata “Donne,
ragazze e HIV/Aids”. In questa occasione sono fiorite sul territorio molte
iniziative. La Tanzania Media Women Association (TAMWA) ha diffuso una ricerca
su questi aspetti della vita nello stato. La Women in Law and Development in
Africa (WiLDAF) ha indetto nello stesso periodo 16 giornate di lotta alla
violenza sessuale. La Action Aid Tanzania (AATz) ha lanciato il 29 novembre uno
studio sugli abusi subiti dalle alunne delle scuole primarie. I membri della
Coordinator of the Woman Rights Organization (KIVULINI) hanno organizzato alcuni
convegni per sollecitare soluzioni al problema della violenza subita dalle
donne. Probabilmente sono attività che nascono e si sviluppano troppo in alto,
non raggiungono la popolazione, ma si rivolgono a piccoli gruppi di esperti e
alla parte della popolazione che già è sensibile a determinati argomenti e
problematiche. Delle manifestazioni popolari, rivolte alla gente e dalla stessa
realizzate, avrebbero un effetto più potente. Un tale approccio alla questione
aiuterebbe inoltre a sottolineare i problemi vissuti dalle donne anche nella
parte maschile della popolazione, poiché questa non può essere assolutamente
esclusa, è la chiave del cambiamento. Le donne devono essere coscienti della
loro situazione e gli uomini devono accettare i propri doveri nei loro
confronti. Solamente dopo aver risolto questo primo ostacolo, una martellante e
diffusa sensibilizzazione può far sì che i diritti non vengano accettati
solamente come un elemento estraneo, importato da una cultura colonizzatrice, ma
che vengano vissuti e interiorizzati realmente.
La storia recente insegna che è difficile introdurre modifiche nella società
patriarcale, poiché gli uomini negli anni hanno accolto gli elementi delle
culture straniere che contribuivano a stabilizzare e rafforzare la situazione e
hanno rigettato gli altri. “Nel retaggio religioso-culturale africano ci sono i
semi della reificazione e dell’emarginazione delle donne: le politiche coloniali
si sono limitate a favorire questo processo, e ci sono riuscite nella misura in
cui ciò tornava a vantaggio degli uomini africani”(22). I tanzaniani hanno
adottato un comportamento simile anche in ambito religioso appropriandosi e
sottolineando principalmente gli aspetti maschilisti (o in tale modo fraintesi)
delle maggiori religioni presenti in Tanzania, soprattutto di quella musulmana e
di quella cattolica. Per quanto riguarda la fede cattolica, da una parte le
missionarie laiche e consacrate hanno mostrato alla popolazione una nuova
tipologia dell’essere donna, sono soggetti che hanno competenze, autonomia e
potere decisionale. La composizione della scala gerarchica del clero, invece, è
stata interpretata negativamente e strumentalizzata. Tutti i posti importanti
all’interno della Chiesa cattolica sono occupati, senza alcuna eccezione, da
maschi. Questo aspetto è vissuto, oggi come in passato, come un consolidamento
della mentalità patriarcale poiché è un atteggiamento accettato anche dai preti
occidentali, quindi ritenuto giusto. A causa di questo e dell’attitudine umana a
rileggere ogni informazione alla luce del proprio vissuto, i tanzaniani hanno
spesso frainteso il messaggio della Bibbia, soprattutto riguardo alla relazione
tra i due sessi. Alcuni passi, come la Lettera agli Efesini e la versione della
creazione in cui la donna discende dall’uomo, sono stati letti come una
spiegazione della realtà: anche Dio afferma che la donna è succube dell’uomo. La
versione della creazione nella Genesi in cui si afferma l’uguaglianza dei sessi
è ignorata, non viene sottolineata e spesso neppure scelta per le letture. La
Chiesa è chiamata ad affrontare questi problemi con urgenza oltre che a
ripensare anche alla sua formazione e composizione interna: se tutti i più alti
funzionari, e quindi coloro che hanno un più illuminato rapporto con Dio, sono
maschi, per alcuni questo può significare che tra questo sesso e Dio c’è un
legame qualitativamente superiore, privilegiato. Anche la poligamia è un
elemento che sopravvive, a volte accettato con silenzio dalla chiesa locale, e
che contribuisce a svilire il vincolo del matrimonio nonché a sminuire il ruolo
della moglie.
Anche il linguaggio ha portato alla creazione di stereotipi oppressivi.
L’inadeguatezza della lingua italiana in materia spirituale si esemplifica
nell’obbligatorietà di assegnare a Dio il genere maschile, pur non essendo Dio
maschio. Nella lingua swahili non esistono solo i generi maschile e femminile,
esistono parole maschili, femminili o neutre e il sostantivo Mungu (Dio) rientra
tra queste ultime. La sua appropriatezza si vanifica però quando il termine
viene accostato a parole come “padre”, assolutamente maschili, o quando con
altri espedienti si ripete lo stesso errore compiuto in Occidente, dove tramite
un’iconografia e una retorica superficiale a Dio è stato infine dato un genere
sessuale nell’immaginario collettivo.
Don Oreste Benzi esalta la figura femminile scrivendo che “l’aspetto proprio
della donna è l’oblatività assoluta”(23), mentre lo scrittore Tagore ne esalta
la perfezione, contrapposta alla incompiutezza maschile, poiché “per secoli la
Natura le ha assegnato sempre lo stesso compito ben definito e via via l’ha
adattata ad esso”(24). Entrambi i pensatori sono profondamente coscienti della
critica situazione che le donne nel mondo devono subire e sopportare. A livello
teorico queste affermazioni sono accettate e condivise anche in Tanzania, ma
nella realtà dei fatti non contano nulla. Qui l’oblatività e la forza creatrice
sono diventate debolezze sfruttate dagli uomini per sottomettere le donne. Lo
spirito di sacrificio per i figli e la comunità sono i mezzi non per rispettarle
ma per affossarle in una condizione miserevole, da cui non possono o, per il
bene comune, non vogliono sollevarsi. Anche il concetto di complementarietà
nella coppia viene frainteso poiché la donna esiste in funzione dell’uomo ma non
viceversa.
Le diversità tra i sessi esistono ed hanno ragione di essere solamente poiché
portano alla loro unione. Inoltre, alcuni atteggiamenti non appartengono
propriamente a un solo sesso. L’altruismo, l’attenzione e la generosità sono
magistralmente esemplificati nell’amore materno così come la forza in quello
paterno: tali virtù non si devono però confinare solamente al soggetto della
madre o del padre, sono doti che vanno diffuse all’interno di tutta la società,
non a solo appannaggio di un sesso, ma come risorse per ogni singolo membro
della comunità.
2.5. Mama Huzuni
Gli sposi novelli, dopo il matrimonio, vengono comunemente chiamati non più con
il loro nome di battesimo ma con gli appellativi mama e baba (mamma e papà) che
saranno seguiti, dopo il parto, dal nome del primo figlio. Sono socialmente
importanti perché contribuiscono a continuare la specie e rafforzano il clan o
la tribù. Inizialmente sono visti e riconosciuti come coppia creatrice, in
seguito sono identificati con la loro opera più importante: i figli. “L’aspetto
padre-madre prevale sull’aspetto sposo-sposa, è la fecondità che fa gli sposi
veramente e pienamente tali.”(25). Mentre il padre riveste però anche altri
importanti ruoli all’interno della famiglia e della società, la madre rimane
ancorata solo al ruolo di madre. Le donne sono viste ed esaltate come creatrici,
ma nella realtà quotidiana questo non porta loro alcun vantaggio: la donna non è
seguita ed aiutata, a livello psicologico e in altri modi, durante il
concepimento né dopo il parto, e nemmeno in altre occasioni più o meno
traumatiche. Non è allora convincente l’idea che in Tanzania si abbia un
profondo rispetto per un nuovo nato. Questo potrebbe essere vero se fosse
possibile scindere l’atto del concepimento, il parto e la madre dal neonato. A
volte il sesso è praticato in modo violento, la donna è percossa, torna al
lavoro dopo pochissimo tempo in seguito al parto: tutto il rispetto per una
nuova vita che nasce è dato al neonato, ma non è concesso alla partoriente.
Il limite che questa usanza linguistica esemplifica è la parzialità con cui
vengono considerate le donne in generale e qui risiede il problema delle donne
in Tanzania. Mamma dolce, mamma cattiva, moglie buona, moglie incapace, puttana,
partoriente, schiava, contadina, cuoca: la donna viene sempre identificata con
uno degli aspetti che le è proprio o le è imposto. In nessun caso, però, le è
data la profondità e la complessità che spetta a ogni essere umano. Non è mai
considerata semplicemente una persona.